Il Coronavirus è entrato nella mia vita in ascensore tra il primo e il secondo piano

Ore 18.18 di venerdì 21 febbraio.

«Driiin! Driiin! Driiin!»

Il mio cellulare squilla in una tasca sconosciuta del giubbotto.
Lo cerco mentre apro l’ascensore con la spalla sinistra, mi tiro dietro il carrello della spesa con la mano destra e urlo a mio figlio «Esci dall’ascensore, muoviti!».

Ricompongo la voce e rispondo serafica: «Pronto?».

Dall’altro capo del telefono il collega Andrea Canton: «Rossana ciao. C’è il primo caso di coronavirus in Veneto. Mandami tutti i comunicati che ricevi».

Ricordo solo che ho riagganciato, mi sono girata per cercare mio figlio sul pianerottolo e mi sono ritrovata il flash della sua macchinetta fotografica, onnipresente, in faccia. «Luca basta per favore!» ho esclamato.

Siamo entrati in casa, gli ho preparato la cena e l’ho messo a letto in piena autogestione in attesa che, in nottata, tornasse suo padre che era fuori Padova da una settimana.

Da quel momento credo di essere stata incollata alla scrivania tre giorni senza sapere cosa accadeva in casa intorno a me.

capire – conoscere – informarmi

Avevo bisogno di capire, di conoscere e di informarmi. Sentivo che stavamo tutti entrando nella storia. In quella con la “S” maiuscola, in quella che si racconta alle generazioni del futuro e che, da giornalista, avevo il dovere di fare domande, cercare risposte e dare informazioni ai lettori scrivendo.

Da eterna persona ansiosa ho sviluppato un’autoterapia per contenere il panico che mi assale: cercare la verità delle cose.

Per non essere colta impreparate ho sempre bisogno di capire come funziona quel che mi circonda. Con le informazioni che raccolgo genero nella mia mente possibili piani a, b e c fattibili perché basati sulla razionalità dei fatti. Così mi sento sicura.

Alla fine dei tre giorni di lavoro avevo le idee chiare.

Io, mio marito e mio figlio non saremmo più usciti di casa fino alla completa sparizione del virus dalla faccia della terra.
Il piano era perfetto: spesa on-line, videochiamate con i parenti e licenziamento, se a mio marito fosse stato negato il telelavoro (io lavoro da casa da decenni!). Ero serena. Potevo uscire dallo studio e giocare con mio figlio di otto anni lasciato in autogestione tre giorni prima.

Peccato che il bello doveva ancora arrivare!

Martedì 25 febbraio sono entrata in camera di Luca e lui mi ha detto: «Mamma ho mal di testa non mi sento bene!»
Panico.
Luca ha 38,3 di febbre.
Questo non l’avevo previsto.
Il nemico ci è entrato in casa senza chiedere il permesso.
Non è possibile.

Ho chiamato la pediatra fingendo la voce più serena del mondo. Ma non se l’è bevuta e mi ha detto «Signora non vada in panico!» e la mia mente già pensava «Ma come non vada in panico? Mio figlio ha di certo il coronavirus e io non devo andare in panico? Qui non ci siamo capiti tocca che l’ospedale venga a casa!». Invece ho detto «Certo dottoressa non si preoccupi sono tranquillissima è un bambino è normale che abbia l’influenza!».

La dottoressa mi ha dato i consigli di rito per contrastare una banale influenza e per i successivi tre giorni io sono stata “maternamente” calma mentre, alla faccia delle fonti attendibili, cercavo in rete ogni notizia strampalata su fantomatici ritrovati per curare il coronavirus.

Poi ritrovata appena, per fortuna, quella che era realmente una banale influenza, allo scoccare del quarto giorno ha salutato la nostra casa riportando Luca alla condizione normale di nanetto pestifero.

La @gironalistainscatolata aveva perso la testa!

Con la redazione de La difesa del popolo in questi meni abbiamo messo su uno spazio denominato #giornalistiinquarantena in cui ognuno di noi ha raccontato la sua 40ena. Raccolgo qui i miei articoli

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